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Lasciate ogni speranza o voi che entrate recitava Dante all’apertura dell’Inferno. E si, quale migliore inizio avrei potuto trovare per il mio nuovo viaggio epistolare? Perché lo so che mi dilungherò e quindi prima di ricevere gli strali de

l lettore preferisco metterlo sull’avviso di modo che il Capitano del veliero che lo guida abbia tutto il tempo per cambiare rotta verso altre direzioni, verso isole del racconto meno prolisse….e continenti di cronaca inesplorati meno logorroici. Certo questo non impedirà a Walter di contare il numero di parole e di rimarcarlo nella mailing list chiedendo l’intervento del Presidente, così come non impedirà a Pierfranco di correre dal ferramenta per acquistare la corda che insaponerà a dovere ed utilizzerà per simulare la più orrenda delle impiccagioni per così tanto supplizio! Si forse avete anche ragione, ma se non scrivo qualcosa io, anche se barbosa e pallosa, chi scrive dei nostri sul sito? E chi legge se non ci scrivi niente? I siti nascono, crescono e vivono di parole corredate da immagini…se queste vengono a mancare anche i siti muoiono!!! E un sito morto non serve a nessuno. Quindi ben corazzato contro tutte le critiche dei numerosi detrattori che riceverò mi accingo a fare il reportage sul mio viaggio on the road al seguito del Boss, dove parlerò anche un po’ di podismo, molto poco in verità, e di tanto altro, consapevole che se anche una sola persona avrà avuto piacere a leggere questo racconto vorrà dire che lo sforzo, ma quale poi?, non è stato inutile. Quindi non vi resta che andare via. (Pausa)Ci siete ancora? Allora peggio per voi, non dite che non vi avevo avvertito.

Iniziamo col dire che questo viaggio è nato a dicembre 2012, quando uscì la notizia che Springsteen avrebbe ripreso il tour europeo, chiusosi ad agosto 2012, dell’ultimo album “Wrecking Ball” nella primavera del 2013. In Italia 4 date, Napoli, Padova, Milano e Roma. E’ giusto che il lettore sappia che Bruce dal vivo l’ho visto più di 30 volte da quando m’innamorai della sua musica…cioè nell’estate del 1983 grazie ad una ventunenne di Lierna, paese vicino a Lecco, che mi iniziò al Boss, e in realtà anche a molto molto altro, facendomi ascoltare “The River”, un doppio album incredibile del 1980, nelle calde e appassionate notti di luglio. All’epoca avevo i capelli più lunghi del pizzetto che porto adesso, poche lire in tasca, tanti amici e una moltitudine di sogni romantici nella testa. Non potevo non rimanere imprigionato da questa esperienza estiva bollente ed appassionata e, per l’età che avevo, perché no formativa. Esploravo l’amore, seppur fugace, per la prima volta con le note di un ragazzo del Jersey che m’indicò la strada del rock n roll….oltre che quella soffice delle lenzuola. Che notti ragazzi!!! Di Bruce mi era nota Thunder Road, una canzone che parla di fuga, di strade infuocate, di amori giovanili che ascoltavo di tanto in tanto a Rai Stereo Notte, e Atlantic City sigla finale di un bel programma musicale del periodo condotto da Carlo Massarini dal nome Mister Fantasy. Nell’epoca in cui imperversavano star del calibro dei Ricchi e Poveri, Albano e Romina etc. ebbe coraggio a presentare Tom Waits, Joni Mitchell, Jackson Browne e i tanti cantori dell’America anni 70/80. Impossibilitato ad andare a Napoli per motivi di lavoro restavano le altre tre date delle quali Padova e Milano a distanza ravvicinata, Roma a metà luglio mi lasciava un po’ di respiro. I biglietti dei concerti li avevo in tasca già a dicembre, volo Alghero – Milano e ritorno, pernottamenti su Booking.it all’ultimo minuto. Il consiglio che vi do prima di prenotare una camera è di leggere attentamente i commenti su questi ultimi perché vi consentiranno di non commettere il mio stesso errore a Brescia! Vi dico solo che per maggior sicurezza personale ho preferito spostare l’armadio davanti alla porta per timore che qualche malvivente vi potesse entrare mentre beatamente me la godevo tra le braccia di Morfeo!!

Giovedì 30 di primo mattino direzione Alghero e volo per Milano. In aeroporto a Malpensa opto per noleggiare un auto, una Panda color pece nuova di zecca, di modo d’avere la maggior autonomia possibile negli spostamenti. Chiedo al Furia Giuseppe Cavallaro di prestarmi il suo navigatore che ha una piccola, direi quasi irrilevante, caratteristica….è aggiornato alla guerra del 15/18!!!! Grazie Giusè. Comunque arrivare a Padova, prima destinazione del viaggio, non è poi così difficile. Si prende l’autostrada per Venezia per circa 250 km e poi si entra nella bellissima cittadina veneto-padana. Certo non manca qualche contrattempo come quando per uscire da Gallarate, evito di raccontare il perché come un tontolone sono finito lì ma tutto ha origine per via del navigatore, oltrepasso l’ ingresso in autostrada senza il ticket portato via dal vento da presentare al casello successivo. Ritorno indietro a piedi per cercarlo nel traffico impazzito dell’autostrada con ritmi da ottocentista alla Fiasconaro!!! La cosa che più mi colpisce nelle ore trascorse in autostrada è la continuità del tessuto industriale in entrambi i lati che pare non avere soluzione finale. Molte delle fabbriche che si scorgono però sono chiuse, gli stabilimenti dismessi si notano subito segnale inquietante di questa crisi che avvolge l’intero territorio italiano compreso il ricco nord. Dove finiremo se anche nei prossimi mesi continuerà così? E’ una domanda la cui risposta ho terrore ad immaginare. Più mi avvicino al Veneto e più cambia anche la morfologia del territorio, l’estesa pianura fumante di smog che fuoriesce dalle fabbriche diventa più rurale e agricola e non si può non rimanere incantati dai casolari ben curati e in questo periodo arricchiti di un verde inusuale e dai colori delle piante in fiore. Le colline iniziano a prendere il sopravvento dominate nei crinali in alcuni casi da antiche costruzioni, fortezze e castelli che imponenti fanno mostra di se e anche le catene montuose in lontananza mostrano il bianco di una stagione anomala. Padova è oramai vicina e arrivare a Prato della Valle, la piazza più grande d’Europa, non dovrebbe essere così difficile se hai un navigatore aggiornato, il problema sarà soprattutto il rispetto delle ZTL. Qui iniziano i primi dissapori con l’aggeggio che non riconosce le tante rotatorie venute su negli anni! Astuto come una lepre che finisce tra le grinfie di un cacciatore invece di seguire i cartelli indicanti “Centro” e “Chiesa di Sant’Antonio” mi ostino a dar retta alla malefica macchinetta con il risultato che dagli iniziali 1250 metri che rimanevano alla destinazione ne ho percorsi circa 10.000 tra le vie più disparate della città. Il bisticcio con quella voce femminile che pareva la contabile amministrativa della Fiat tante sono state le volte in cui ha ricalcolato il percorso rimarranno negli annali delle mie disavventure. Certo nelle cose bisogna anche saper vedere il lato positivo! Quando mai avrei potuto vedere Via delle Querce o Via Guareschi? Eh!!! Comunque alla fine l’Hotel Mignon è raggiunto. Niente di eccezionale siamo al risparmio, però è al centro e mi consente per il resto della giornata di camminare in tutta tranquillità per le vie del centro storico per riscoprire Padova. Qui vi corsi la maratona nel 2004 quando cercai per la prima volta di scendere sotto le 3h. Chiusi in 3h04’ in uno stato fisico mentale da ricovero!!!! E non scordiamoci il baccalà alla vicentina che a distanza di 10 anni di tanto in tanto ritorna a farmi visita nel cuore della notte.

Queste città monumentali hanno di bello che ovunque ti giri sei sopraffatto dalla storia, dalla cultura e dall’arte. Percorri metri e metri di strada, di viottoli, viali e piazze e fai fatica a scorgere tutto. Se uno dovesse anche soffermarsi sui particolari non gli basterebbe una vita per vedere ed assaporare i dettagli. Mi limito a catturare più immagini possibili perché una cosa che mi piace nel viaggiare è vedere, scoprire, capire e cercare di imprigionare più immagini possibili con la speranza che poi mi rimangano in testa….un po’ come il baccalà alla vicentina…ma senza il suo sapore!!! Ma non è facile perché troppi sono gli affreschi di questi musei a cielo aperto. Padova ha una sua storia antichissima ed il suo centro storico ne testimonia la grandezza nel corso dei secoli. Fu conquistata da tanti ma mantenne sempre la sua identità. Da poco rimasi piacevolmente colpito dalla cittadina tedesca di Dusseldorf ma quando poi riprendi a girare la tua Italia comprendi l’abisso che c’è col resto d’Europa, l’immane sproporzione di opere d’arte che decorano le nostre città. Lo squilibrio è evidente e palpabile. Chiese, basiliche, palazzi, santuari, rovine, altari, borghi…ovunque posi lo sguardo la storia lo ricambia con le sue meraviglie in parte ancora intatte. Tra queste sicuramente la piazza del Santo con la sua basilica, la cattedrale di Santa Giustina, i musei civici agli eremitani dei quali fa parte la meravigliosa Cappella degli Scrovegni che visiterò il giorno dopo in compagnia di mio cugino Antonello, anche lui in città per il boss, e della sua compagna di vita Paola. Giada, la figlia è ancora troppo piccola ed è rimasta a casa coi nonni materni. E si perché Giotto, e lo stuolo di novizi che si trascinava dietro, qui ha lasciato il suo segno e non con i pennarelli che tutti conosciamo. Anche un profano d’arte quale si reputa il sottoscritto non può non rimanere abbagliato da tanta bellezza, il percorso di vita di Cristo ti abbaglia della luce di Dio negli affreschi che la narrano sulle pareti e in alto sul portone d’ingresso il giudizio universale, il tutto con tecniche sconosciute in quel periodo. Si esce consapevoli che l’arte è l’Italia e che l’Italia è arte ovunque ti giri. La guida ci indica il percorso, ci illumina di aneddoti, di curiosità, di particolari che non saremmo mai riusciti a cogliere e a capire e tutto questo diventa prezioso. Un tesoretto ma non di quelli dei furbetti del quartierino che in città conoscono bene visto le numerose succursali Antonveneta che mi è capitato di notare. Soldi spesi bene. E poi nel mio girovagare ancora piazze immense, orti rigogliosi, osservatori astronomici, teatri, scuole ed università, i caffè, il mercato, i vicoli, i ciottolati, le mura…ovunque è un dono continuo, un cibarsi di storia e arte inesauribile. Padova però si svuota intorno alle 19.00, tutto chiude tranne qualche ristorante, uno dei quali diventa parcheggio per il sottoscritto che ha solo nello stomaco un panino comprato in un autogrill. La pizza con gorgonzola e pancetta è ottima ma durante la notte mi procurerà qualche leggero fastidio nello stomaco al pari dei due americani di seguito. La notte è di quelle super movimentate, due americani, li chiamerò John e Bill, come dicevo prima stracotti festeggiano l’ultimo giorno in Italia portando in camera, fianco la mia, alcune giovani disinibite dando origine al peggior film porno a cui abbia mai assistito. Inizialmente ancora offuscato dallo stato del sonno pensavo che ci fosse qualcuno che non si sentiva bene, ma col passare del tempo ho realizzato che i gemiti non erano manifestazione di dolore bensì di un piacere ancestrale che via via però andava ad amplificarsi rendendo il proseguo del riposo impossibile in chi risiedeva a distanza di 200 metri. L’intervento della polizia chiamata da qualche turista bisognoso di riposo placca gli animi ed i bollori dei due e mi consente di riprendere a dormire non senza portarmi dentro il sorriso di ciò che avevo appena vissuto. Ricordo ancora a Cagliari all’epoca in cui ero studente universitario….ma non divaghiamo….

Il 31 è il giorno del primo appuntamento con il paradiso. Di primo mattino mi reco alla stazione a prendere Antonello e Paola che giungono da Roma puntualissimi col Freccia Rossa. I legami coi due sono molto solidi e intimi. Fanno parte di quella cerchia di persone che riescono a tirare fuori la parte migliore di me, o almeno quella che reputo presuntuosamente tale. Nonostante sia un Lupo Solitario, un ombroso di natura, un uomo chiuso e riflessivo credo che in me ci sia una parte gioiosa e giocosa che fa fatica ad uscire e a mostrarsi. L’ironia abbonda e il cazzeggio mi si confà ma solo determinate persone riescono a farla emergere amplificandone gli effetti. Tra questi sicuramente il grande amico “Il Ser” col quale m’intratterrò a lungo il giorno dopo al telefono a Ferrara. Io gli parlerò del Boss mentre lui riferirà degli allenamenti e degli splendidi risultati che sta ottenendo. Mi piace quella parte perché so che diverte, che porta il buon umore e lo mette pure a me che solitamente ho l’animo malinconico e nostalgico. I sognatori sono così, prendere o lasciare. Vivono tra le nuvole e non ne vogliono sapere di scendere. La mattina facciamo un ampio giro in città, io faccio da Cicerone. Oramai mi conosco, è come quando studiavo un esame all’università, la prima cosa che facevo era leggere tutto il libro per avere un idea su tutto, poi lo rileggevo cercando di fissare le cose più importanti, infine iniziavo a ripetere riducendo sempre più i tempi. Così è girare una città, il primo giro è panoramico ed esplorativo, poi lo ripasso e infine lo conosco a memoria. Ci divertiamo molto, l’argomento più trattato è la possibile scaletta del concerto ma sappiamo che Bruce ti dice che fa il primo ed invece ti porta il secondo e la frutta! La chiesa di San’Antonio è il primo obiettivo e la sua bellezza fa contrasto a tutto quello che ruota attorno. Il business è uno schifo di proporzioni cosmiche. Anche le confessioni sono a pagamento. Paghi l’immaginetta, paghi la candela, paghi l’ingresso a quel posto, paghi tutto. Io mi auguro che Papa Francesco ponga rimedio a tutto questo e che la chiesa riprenda ad esercitare il ruolo che gli compete in modo più umile e rispettoso del volere di Dio. La parte del centro storico è viva e il miscuglio di dialetti provenienti da ogni parte del mondo evidenzia una volta di più quanto questa città sia popolare e meta di turisti. La visita alla Scrovegni Chapel è un bellissimo ricordo prima di avviarci verso quello che è un monumento che invece andrebbe abbattuto. Lo stadio Euganeo!!!! Una struttura nata per il calcio che farebbe fuggire anche il più incallito tifoso talmente è orrendo. Penso e ripenso che qui deve suonarci il mio beniamino stasera. Come ho già detto all’inizio Bruce l’ho visto mi pare 35 volte e alla veneranda età di 47 anni non ho più la testa, o la forza fisica chissà, per recarmi già dalle prime ore del mattino pur di avere un posto nelle prime file come facevo prima. Andare alle 15 mi sembra un buon compromesso. I cancelli vengono aperti alle 16 e nella fila incontro il podista serramannese Stefano Merella col quale scambiamo qualche impressione. Ve l’avevo detto che ci sarebbe stato spazio anche per la corsa in questo racconto? Eheheh. Sarà l’ultima volta che lo vedrò nella serata. Chi non conosce i concerti del boss non è a conoscenza che le prime file sono ambitissime e già dai giorni precedenti qualcuno si accampa davanti ai cancelli dello stadio. Per arginare questo fenomeno ed evitare che già alle 11 ci siano migliaia di persone ad aspettare si è pensato di fare una lotteria, praticamente si danno dei numeri in ordine di arrivo fino al 2000 e si distribuiscono dei braccialetti che danno diritto ad entrare nel cosiddetto Pit, cioè quello spazio a forma di mezza luna che delimita una zona del prato e serve ad evitare che da dietro si cerchi di raggiungere le prime posizioni, cosa che in passato creava problemi e disagi. Poi si fa il sorteggio del numero e in base a quello si entra accompagnati in fila indiana, anche se non ho mai capito se indiana del west America o dell’india, ordinatamente e si viene disposti davanti al palco. Se esce il 1200 chi ha questo numero sarà il primo e poi a seguire tutti gli altri fino al 1199 che è l’ultimo. Purtroppo l’effetto sortito è stato peggiore alle 4 del mattino c’erano già 1200 persone e alle 6.30 oltre 2500, alle 8.00 anche 4000!!!! Pur di avere quel bracciale si è disposti ad ammazzare la madre. Io non ne ho più voglia di queste faticacce e le lascio a chi è più giovane di me. Ma amo stare sul prato leggermente defilato dalle prime file perché la sotto l’emozione è maggiore e non è detto che non si riesca ad entrare comunque all’interno del Pit.

Di questo concerto terrò nel cuore l’uscita di Bruce due ore prima dell’inizio della performance per deliziarci con alcuni pezzi acustici, l’inizio anche quello acustico con “The Ghost of Tom Joad”, una canzone che parla di crisi, di disperazione e di solidarietà, da far accapponare la pelle e verso metà concerto la riproposizione dell’intero album “Born To Run” così come è sul disco. Una pietra miliare, uno dei dischi rock più importanti di sempre viene eseguito interamente dal vivo nella sua sequenza viniliana….ed è da brividi!!!! Poi la pioggia fine e lieve che non fa paura e accarezza i nostri visi illuminati a giorno talmente è la gioia ed il crescendo verso l’apoteosi finale. In mezzo c’è anche la famiglia, 4 figli età media 10 anni e moglie, di uno di quei personaggi che si vedono solo nei film dei fratelli Coen, un soggetto che ha trascorso tutto il pre-concerto con l’occhi strabico ambendo ai nostri posti sulla balaustra centrale. Da rinchiudere in un carcere a vita…di quelli di cui vi racconterò parlando di Ferrara. E in parte il suo desiderio imperialistico ha trovato terreno fertile. Alla fine 3 ore di rock come sta facendo in tutta Europa. Purtroppo l’uscita dallo stadio e la ressa per prendere i bus messi a disposizione dal Comune sono da incubo…così come la notizia che lo stesso non arriverà alla mia destinazione! Dalla stazione mi toccano ulteriori 20 minuti a piedi all’una e mezza di notte in una Padova deserta e silenziosa. Inserisco anche i retro-occhi non si sa mai che qualche malintenzionato cerchi di rubarmi la matrice del biglietto del concerto e i pochi spiccioli che ho in tasca!!!Speriamo almeno stanotte di trovare il giusto e meritato riposo oramai l’albergo è sgombro di imitatori dell’ultim’ora di John Holmes e Moana Pozzi!!!!!

Il primo giugno mi sveglio abbastanza presto. Abitudine difficile da scalfire. Una bella colazione tosta prima di riordinare le idee. Non voglio rimanere a Padova, voglio girare e vedere il più possibile. On the road è strafigo. Sono solo ma mi sento in compagnia. Guardo una cartina della zona per sondare. Venezia l’ho già vista 4 volte e può attendere, Verona idem e anche Bologna. C’è Ferrara però, che non è il grande difensore del Napoli, della Juve e della nazionale, che mi ha sempre intrigato, inoltre abbiamo una caratteristica in comune….anch’essa è patrimonio dell’umanità come conferito dall’Unesco nel 1995! In auto mi aspettano poco più di 100 km di macchina. Il tempo è strano, non fa né caldo né fresco…..proprio come quelle persone che conosci e che ti lasciano indifferente. A tratti soleggiato a tratti nuvolo, un continuo scoprirsi e ricoprirsi. L’arrivo è abbastanza disorientante in quanto un paio di chilometri prima della città quello che non ti aspetti si mostra ai tuoi occhi! Un mega complesso chimico industriale con le sue enormi canne fumanti. Per un attimo trasecolo…..per un attimo perché poi giunto a piazzale d’Este inizia ad aprirsi a me la città rinascimentale e allora comprendi perché è patrimonio mondiale dell’umanità! Un po’ come se prima d’incontrare il sottoscritto vedi mio fratello….non so se ho reso l’idea!!!! A Ferrara molte delle mie certezze vengono meno. Ludovico Ariosto non era un cuoco famoso perché aveva inventato l’ariosto morto! L’avocado è un frutto tropicale e non un professionista che trovi spesso in tribunale! Il Torrione di San Giovanni non era un dolce tipico di Tonara! Insomma Ferrara diventa una scoperta in ogni suo angolo e anfratto. E’ difficile anche descrivere l’immensità che puoi riscontrare su di un perimetro dimensionale così limitato, una goduria per gli occhi e per il cuore. A partire dal castello Estense con i suoi lunghi corridoi, il ponte levatoio, il fossato, gli affreschi, le sue camere, la cappella…tutto figlio di un architetto, tale Rossetti, che all’epoca era un po’ come Piano, Fuksas, Ponti oggi etc. E poi quelle prigioni lugubri e tetre che se Pannella fosse vissuto in quell’epoca sarebbe morto di fame e sete da un bel pezzo. Ti sposti di qualche decina di metri e ti trovi davanti piazze e piazze ognuna delle quali è arricchita di facciate con prestigiosi portali, balconi sagomati, archi, trifore, campanili, cupole e poi statue, cappelle, stradine strette e porticate, antiche botteghe artigianali, negozi d’antiquariato vero, mercatini curiosi, meravigliose e curatissime corti che si aprono a te se infili la testa all’interno dei portoni di palazzi storici appartenuti a personalità note del periodo e tanto tanto altro ancora. Le tante informazioni che puoi ricavare dai punti informativi sparsi in ogni angolo necessitano di un vocabolario tante sono le parole che sento per la prima volta. Le “bugne” del palazzo dei Diamanti capisci cosa sono solo quando ti trovi davanti a questa corazza di marmo sbalzato a diamante. E poi, palazzi famosi oramai divenuti sedi di importanti mostre o musei, università rinomate, chiese dalle variegate forme, cubature e dai materiali più strani, tempi, giardini, parchi, scuderie e mura antichissime. La casa di Ariosto e il Tempio di San Cristoforo così maestoso da ricordarmi la figura altrettanto maestosa del nostro monumentale Presidente, tale Mario Bitti col quale avrei volentieri condiviso il viaggio. Troppo per una giornata sola. I nomi spaventano perché Ferrara è stato centro culturale e artistico rinascimentale. Tasso, Ariosto, Copernico, Savonarola, Tiziano, Mantegna e tantissimi altri che hai studiato svogliatamente alle medie superiori e che riesci ad apprezzare solo adesso perché sai che nessun insegnante per fortuna te li deve interrogare. Immergersi in questa città è stato per me tuffarsi un po’ impropriamente nel passato cercando anche solo per brevi istanti di comprendere l’immensità di quel periodo, la luce che brillava in ogni dove e in ogni cosa venisse realizzata. Una giornata impagabile nella quale la macchina fotografica nella mia testa ha scattato migliaia e migliaia di foto ricordo che piano piano svaniranno e si faranno meno nitide, dai contorni appena accennati….e che rimpiangerò più avanti quando penserò ai tempi andati….

La domenica del 2 di giugno è la festa della repubblica. Dove vado adesso? Il giorno dopo c’è l’appuntamento col Boss a San Siro e voglio avvicinarmi il più possibile. Nella strada del ritorno c’è Bergamo ma ci sono stato già due volte e quindi passo. Rimangono la consigliata Piacenza e Brescia. Potrei dedicare la mattina ad una ed il pomeriggio all’altra. Alla fine opto per quest’ultima. In macchina oramai ho quasi bisticciato col navigatore che ricalcola il percorso ovunque e cerca di farmi girare là dove non si deve girare. Seguo i cartelli stradali che è meglio e a farmi compagnia ci sono Beth e Joe con l’album Don’t Explain, una meraviglia blues. Li ho portati con me perché volevo qualcosa che spezzasse il legame con Bruce durante i giorni in cui non c’erano i concerti. Da Padova a Brescia lo ascolto 2 volte e mezza ma alcune songs mi fanno venire i brividi ripetutamente, tanto che le rimetto più volte per riascoltare soprattutto gli assolo con la chitarra che sono poesia pura in forma di note e corde. L’arrivo non è dei migliori. Brescia non dista troppo dalle montagne ed è quasi appoggiata su di esse verso il piano. La giornata è nuvolosa anche se le temperature sono gradevoli. Brescia come tutte le città ha la sua parte nuova ed il suo centro storico ed il contrasto si avverte subito. Giungo in albergo che definirei più un postribolo. Sembra uno di quei affittacamere a ore. Vicino alla stazione in un ambiente abbastanza degradato ho proprio l’impressione che con booking ho sbagliato questa volta. Al mio ritorno non mancherò di rimarcarlo nel mio giudizio sul sito internet. Comunque il tempo di lasciare qualche cosa e poi subito in giro per la città. Brescia non è solare come Ferrara, anzi all’inizio è cupa e triste. Forse sarà perché è domenica mattina e ritarda a svegliarsi. In giro ci sono più immigrati di ogni parte del mondo che non italiani. Turisti nemmeno l’ombra….per ora. Sembra il contrario di Ferrara che mi aveva impressionato per vivacità, solarità e freschezza. Poi col passare delle ore dimentico la parte nuova ed industriale e rimango coinvolto dalla sua architettura ed urbanistica civile, religiosa e militare. Piazza della Loggia col suo triste passato terroristico e il vicino Duomo in piazza San Paolo sono per palati fini. Ma è bellissimo soprattutto il Capitolium un area monumentale dell’epoca romana che presenta tratti ancora intatti di rara bellezza e suggestione. La Via dei Musei e le viuzze limitrofe sono uno spettacolo continuo anche queste ricche di monumenti e palazzi che ospitano mostre di ogni genere. Anche qui c’è la chiesa di San Francesco e come tutte le sue omonime che ho visto nelle altre città ha un aspetto che sembra rispettare un certo rigore voluto dal frate, più vicino ai poveri e agli umili e lontano dallo sfarzo tipico di altre basiliche. Col passare della giornata il sole prende il sopravvento e quell’aria grigia e sonnolenta del primo mattino svanisce per lasciare spazio ad un ambiente più rumoroso e chiassone. Mi aspetta dopo un pranzo caratteristico in una sfiziosa trattoria, Vasco de Gama, la salita verso il castello. La titolare mi ricorda molto la protagonista di un bel film di Jonathan Demme “Qualcosa di travolgente”, una giovanissima Melanie Griffith che subisce un processo di trasformazione on the road …ma solo quello . Inutile dire che il panorama che si vede dal castello ti lascia senza parole, adesso è un parco frequentatissimo adibito a museo nel quale ho anche la fortuna di assistere alla rappresentazione della battaglia medioevale tra l’esercito di Brescia e quello di Federico II. All’interno centinaia di persone vestite come ci si vestiva all’epoca che vivono per alcuni giorni come si viveva nel medioevo. Appassionati di usi e costumi del periodo storico che hanno riprodotto fedelmente le armi, il vestiario e le tecniche di combattimento tipiche del XII secolo. E non è strano notare che un po’ della moda di questo inverno abbia preso spunto dall’abbigliamento di quel periodo. Giochi, accampamenti, attrezzi…tutto è riprodotto fedelmente e l’effetto è davvero piacevole e per me alla prima in assoluto spiazzante. La simulazione della battaglia, gli arcieri, le balestre, le spade…in un gioco che t’intrappola per un ora. La città adesso ha preso vita e vigore, la gioventù sorride per il finire dell’anno scolastico, tanti e diversi sono i cori di gruppi che si alternano in alcuni luoghi caratteristici esibendo performance gospel e altri invece più indirizzati verso i canti popolari del posto. La notte per fortuna corre veloce e alle 5.00 sono già sveglio pronto per andare via.

La mattina del 3 giugno alle 7.00 sono già catturato tra le viscere della tangenziale milanese. Un incubo per chi non è abituato ai rallentamenti e alle quattro corsie invase da fiumane di auto e camion. Per fortuna evito il peggio che dovrebbe essere intorno alle 8.00. Opto per una stanza, consigliatami da mio cugino, in via Berengario. Solo 20 minuti di tranquilla camminata mi separano dal tempio del calcio “San Siro” e dall’obiettivo unico e primario di questa 24 ore milanese. In realtà il concerto di San Siro è “Il Concerto per definizione”. Il punto più elevato di questo viaggio. Alle 8.00 del mattino 4000 persone sono davanti ai cancelli, rifiuto questo coinvolgimento demenziale. L’ho fatto tante volte oggi no. Aspetto Antonello e Paola cercando un po’ di riposo in camera. Alle 12.30 ci rechiamo in un self service a mangiare qualcosa e lì tra i tanti presenti incrocio un viso familiare, noto ma che non riesco a ricordare chi sia. Inizialmente penso sia qualche fan di Bruce che ho già incontrato in altre date ma dopo un po’ realizzo….è Daniele Menarini il con-direttore della rivista correre. Ci troviamo faccia a faccia con i vassoi in mano e sorride perché capisce che l’ho riconosciuto, inoltre la maglietta che indosso della maratona di Eindhoven tradisce la mia appartenenza allo stesso ambiente podistico. Non faccio in tempo a chiedergli se è lui che simpaticamente si mette sull’attenti. Parliamo quindici minuti della duplice passione e mi invita a recarmi con lui in redazione che è lì dietro l’angolo. Purtroppo devo declinare l’invito causa “Bruce Springsteen”. Ma durante il pranzo si avvicina di nuovo per rinnovare l’invito in altra occasione ed io gentilmente acconsento sperando di trovare un giorno adatto. A Milano non ci vado tutti i giorni. All’hotel Campion incrociamo un altro di quei personaggi curiosi che rimarranno nella mente, e questa volta un pochino anche nel cuore, per l’intero viaggio e per i giorni seguenti. Lo abbiamo ribattezzato “Guglielmo, the King of Reception”. E’ di una gentilezza straordinaria. Ci accompagna ovunque, ci indica strade, posti dove mangiare, altre informazioni utilissime per le ore successive. L’ironia che è in me si esalta in simili circostanze e il suo tipico gergo bergamasco saranno oggetto di continue citazioni nel proseguo della giornata. Un grande. E’ grazie a lui che non commettiamo l’errore di spostarci in macchina col rischio a fine concerto di restare intrappolati per ore. Alle 14.00 siamo davanti all’imponente struttura ed il ricordo dello stadio di Padova si rimaterializza tanta è la differenza tra le due costruzioni. La fila fuori non è lunghissima in quanto i 2000 coi braccialetti sono stati già condotti all’interno. Saremo un migliaio, in tanti hanno desistito dal rimanere tutta la mattina. Alle 15.30 si aprono le porte e non è più come una volta in cui si creava un onda umana capace di travolgere tutto e tutti. A san Siro si entra adesso uno alla volta nei tornelli e i biglietti vengono tracciati dal laser per verificarne la non falsità. Fuori i bagarini, tutti rigorosamente compaesani di Pino, vendono il prato a 200€!!! E ci sono i pazzi che li acquistano pur di non rimanere fuori dal parterre. Ma saranno tutti veri? Alle 16,00 comprendiamo che il Pit non si avrà e cerchiamo un posto poco fuori dal semicerchio in cui goderci lo spettacolo beatamente. Le ore trascorrono veloci e soprattutto rimanendo sdraiati a leggere qualche rivista e giornale. La cena è garantita da panini e acqua. San Siro alle 19.50 è ancora semivuoto negli spalti…ma nel giro di 15 minuti si riempie del tutto come per magia. Un mistero pari a quello del Arca Perduta!!!!

Alle 20.12 la musica in sottofondo viene spenta. Il primo boato fa già tremare lo stadio. Iniziano le noti dolenti di “Once upon a time in the west” del maestro Morricone e la band, di 16 elementi, inizia a prendere posto. Roy Bittan e Gary Tallen, Max Weimberg, Little Steven e Nils Lofgren vengono sommersi dal fragore di un pubblico che li riconosce come i vecchi elementi della E Street Band. Non ci sono più Danny Federici e l’immenso Clarence Clemmons ai quali durante l’esecuzione di “10th Avenue Freeze out” saranno dedicate immagini commoventi negli enormi tabelloni elettronici posti ai lati del palco. Nella tribuna fronte palco intanto un immensa coreografia dal colore verde, bianco e rosso dice “Our Love is Real – NYCS”. Quando Bruce entra per ultimo sul palco sembra la detonazione di una bomba, per un attimo temo che San Siro possa venire giù. Il suo sguardo è incredulo, la felicità nei suoi occhi è sincera e ammirata. Legge con l’amico di una vita, Little Steven, la scritta e si lascia andare a gesti inequivocabili di trasporto e amore per quello che da tutto il mondo è riconosciuto come il miglior pubblico per Bruce. Qui ha suonato già quattro volte lasciando impronte indelebili tra i presenti, non ultima la performance del 2012 in cui suonò per 3h45’!!!! Non si può descrivere cosa sia successo, perché risulterebbe comunque lontanissimo dalla percezione che il lettore potrebbe avere. Si può solo vivere e godere di quel momento, conservarlo gelosamente tra i ricordi. Custodirlo nei meandri del cuore confidando di riuscire a contenerlo. L’interazione tra pubblico di San Siro e Springsteen è assoluta, incredibile, unica. C’è un patto non scritto in questo stadio che vuole che ogni volta l’emozione che regala ai presenti venga scolpita incancellabilmente come le scritte sulle tavole di Mosé. Ci regala 3h30 minuti di show mozzafiato, 34 canzoni, un rock n roll che sembra non avere mai fine, il pubblico canta e balla con un trasporto senza precedenti e lui si dà come se fosse il suo ultimo concerto della vita. San Siro è una cassa di risonanza esplosiva. L’esperienza è devastante perché ogni volta che penso che il miglior concerto l’ho visto l’ultima volta mi devo ricredere, e questa volta giuro non sono solo le parole di un fan in quello stadio si è creato qualcosa di magico. La caratteristica dei concerti di Bruce è che non ci sono intervalli, monologhi o altro. Le canzoni sembra non abbiano fine perché la conclusione di una è l’inizio di un'altra. Non ci sono spettacoli di luci o fumi o robaccia del genere, c’è solo musica e trasporto emotivo. Quando prendi il biglietto è per un viaggio senza ritorno. Non esiste una scaletta fissa, cambia ogni volta e durante la sera stessa pezzi che si dovrebbero fare vengono cambiati in corso d’opera in base al rapporto che si crea col pubblico. Bruce si avvicina al suo pubblico, si offre generosamente, raccoglie i mille cartelli che richiedono canzoni e qualcuna la esegue pure, fa salire bambini, ragazze improvvisando qualche siparietto divertente, ma è la musica che alla fine ha sempre il sopravvento. Si prende un treno che non ha fermate, si sale a bordo per correre esclusivamente in discesa, si corre all’impazzata in un crescendo finale in cui è difficile per tutti spostarsi, andare via, allontanarsi perché se ne desidera ancora di più!!! E’ una dipendenza peggiore della droga per la quale non esiste metadone o altro analgesico che abbia effetto su di noi. Quando tutto finisce siamo stremati, sudati come se avessimo affrontato le sette fatiche di Ercole, e soprattutto felici ed infelici allo stesso tempo perché se è vero che abbiamo avuto tutto è anche vero che ne avremmo voluto ancora di più.

Alla fine faccio fatica a contenere le emozioni, vado via con quella sensazione di sbando come quando senti per la prima volta l’agognata e leggera carezza di una donna che ha aperto il tuo cuore. In quel momento comprendi che non sei più padrone di niente, le emozioni ti rendono prigioniero di un sogno che si è realizzato e sei felice per aver vissuto tutto questo. L’addio è sempre mesto in questi casi, ma ora ti senti ricco perché hai vissuto qualcosa che nessuna parola può compiutamente trasmettere. La malinconia è già dietro l’angolo e la nostalgia avvilupperà il tuo cuore nei giorni successivi quando le riflessioni saranno dettate da momenti oramai sedimentati e ben definiti. Prendi la strada per il ritorno, il tuo viaggio volge al desio e iniziano a trascorrere i titoli di coda. Davanti a te i mille volti incontrati, gli sguardi distratti delle persone, i brevi contatti con umanità differenti, la strada verso luoghi mai visti…. nuove e variegate sensazioni che hanno eccitato il tuo stato d’animo in questo breve viaggio dove ritrovo sempre il meglio di me stesso, così ironico, così malinconico, così passionale, così esploratore, così desideroso di essere sfiorato da un tocco umano sincero che sappia andare sotto la superfice…..il mio viaggio on the road termina così con quel sapore dolce nella bocca….e la voglia di riprendersi tutto ancora una volta….senza le emozioni sarebbe tutto così noioso…

La magica Atmosfera dell'Apertura del Concerto di Milano

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